Spavaldi e impauriti

Partendo da questo video mi permetto questa riflessione pesante e ingenua allo stesso tempo:

Guarda quanti sono, troppi per essere frutto del caso.
Guarda dove sono, all’aperto, in una piazza di un paese di una repubblica parlamentare fondata su una costituzione.
Guarda chi sono, adulti, ragazzi, vecchi, uomini, donne, preti, militari, operai, impiegati, commercianti, pensionati, padri, madri, figli.
Guarda i volti, gli stessi che incontri al bar, al supermercato, in ufficio, a scuola.
Guarda i loro simboli, fasci, teschi, pugnali, e color nero, di morte.

Senti le parole che dicono, di paura e aggressione verso altri da loro che dicono li vogliano far sparire.
Senti le parole che dicono, di lamento e critica verso altri da loro che dicono non li difendano.
Rivalgono diritti chiari e limpidi, dati dalla nascita, dall’aspetto, dal solo essere, senza necessità di altra qualità.
Nessuna colpa, nessuna responsabilità, nessun obbligo.
Poca apertura, poca pietà, poca comprensione.

Come un bambino spavaldo e impaurito, si sentono in diritto di aggredire il mondo.
Come un bambino spavaldo e impaurito, cercano un bambino più grande di loro dietro cui nascondersi.

Invocano un duce.
Invocano un deus ex machina che li salvi, risolva tutto, li metta al sicuro da tutto e tutti.
Invocano la manna dal cielo.
Invocano lo spirito santo.
Invocano una carezza consolatoria.
Invocano un pugno difensore.
Invocano una madre che gli dia amore e cibo.
Invocano un padre che gli dia protezione e educazione.

Invocano un mondo in cui loro siano speciali, più importanti degli altri.
Perché dicono così è giusto che sia.

Nel frattempo vivono la vita, quotidiana, normale, dura e difficile come la realtà.
Svolgono un lavoro.
Crescono dei figli.
Vivono la vita, quotidiana, normale, dura e difficile come la realtà.
La stessa vita degli altri.

Non c’è duce, né deus ex machina, né manna, né spirito santo, né altro.
Non sono speciali.
Nessuno è speciale, né loro, né gli altri.
Non sarebbe giusto.

Come si può comunicarlo pacificamente a queste persone spavalde e impaurite?
Si può dire “io non la penso come voi” senza farli sentire aggrediti? Senza essere aggredito?
Come gli si può spiegare che la vita è dura e difficile per tutti?
Perché questa è la semplice realtà, anche se è diffile da accettare.
Come gli si può far capire che se qualcuno si ritenesse più speciale di loro, allora sarebbero loro a diventare gli altri?
Come si possono educare le future generazioni in modo che non nascano gruppi che, dietro simboli e inni vari, diversi, opposti, sono in fondo solo gruppi di persone spavalde e impaurite?

Centocinquanta

Centoquaranta anni fa, in un’Italia bambina di appena dieci anni, il saggio Renato Fucini scriveva:

LXIII.
La fratellanza dell’italiani.

Tutti fratelli! s’è strillato tanto,
Ma fin’ a qui s’è fatto di parole;
Lei di dov’è? “Lombardo e me ne vanto.”
E lei? “Son Fiorentino, se Dio vole.”

Tutti citrulli sèmo (1); e questo è quanto.
Se ci ripenso, quant’è vero ‘r sole,
Dalla velgogna mi si smove ‘r pianto:
Nun credo più nemmeno ‘n delle scòle.

Però ar mi’ bimbo gliel’ho già ‘nsegnato ;
Tieni a mente, ‘ni (2) dissi, siei Pisano,
Pelchè ‘n Pisa t’avemo battezzato .

Ma a Pisa ‘un ci pensa’, te siei Toscano,
Quer “Me ne vanto” poi, mondo sagrato!
Dillo; ma prima di’: “Son Italiano.”

Dianella, 1871.

1. siamo.
2. gli.

Mi sembra un ottimo commento anche per il centocinquantesimo compleanno della mia cara Italia.

È cambiata molto l’Italia in centocinquanta anni? E gli italiani?